L’AUTOPRODUZIONE COLLETTIVA E PARTECIPATA COME AUTORGANIZZAZIONE E PROPOSTA POLITICA

Si moltiplicano in Europa e nel mondo esperienze di autoproduzione del cibo

che, a partire dalla crisi sistemica del capitalismo globale,

alludono a nuovi rapporti di produzione

Da anni si vanno costituendo a livello internazionale le CSA (Community Supported Agriculture) con lo specifico scopo di superare i modelli di produzione capitalistici in agricoltura, che stanno alla base innanzitutto della crisi del settore a livello globale e di tutte le problematiche legate al cibo e alla sua produzione industriale.

Le conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti (malnutrizione, sovraproduzione e spreco, cambiamenti climatici, impoverimento e inaridimento dei suoli, deforestazione, usi massivi di acqua, supersfruttamento del lavoro bracciantile in particolare migrante).

In Germania, in Francia, in Austria, nel Regno Unito, negli USA e ultimamente anche in Cina, gruppi di persone si organizzano per costruire comunità di sostegno all’agricoltura contadina, da tempo indicata dal più grande movimento sociale internazionale, quale è La Via Campesina, la vera via d’uscita dalla crisi alimentare, in un contesto di percorsi di sovranità alimentare dei popoli del mondo.

Sebbene la declinazione internazionale delle CSA sia ancora articolata, molte (Germania, Usa e ora in Italia) si pongono contestualmente il problema della costruzione di nuovi modelli economici “postcapitalistici”, non solo e non tanto partendo da convinzioni ideali di partenza, ma proprio a partire dalla crisi del modello agricolo industriale e dalle sue cause, che non sono in nulla diverse o estranee alla crisi sistemica che dal 2007/2008 investe il capitalismo globale.

Naturalmente non è pensabile che questo movimento (benche’ si sia organizzato in reti di coordinamento a livello internazionale- www.urgenci.net) sia di per sé in grado di risolvere la questione del cibo, eludendo, cioè, la questione politica della trasformazione sociale che ne sta alla base, ma sicuramente è in grado di porre le premesse per “alludere” a nuovi rapporti sociali di produzione, basati su un’economia altra da quella di mercato.

Questo avviene non in astratto, ma mentre sviluppa le sue iniziative di lotta al modello agricolo industriale a partire dall’autoproduzione del cibo in forma collettiva e partecipata.

In concreto di tratta di comunità di cittadini e contadini che fanno riferimento al concetto di economia paritaria.

Organizzano la autoproduzione del cibo condividendo collettivamente il “rischio di impresa” attraverso il superamento della divisione tra produttore e consumatore, unificandone gli interessi connettendosi in forma cooperativa.

Il mancato superamento di questa divisione, ci dicono dalle CSA tedesche SoLaWi (Solidarische Landwirtschaft ) non potra’ che essere riassorbito in un nuovo trend mercatista, perchè non supera il concetto di vendita e di acquisto e quindi il valore di scambio del cibo e del lavoro che lo produce

Pianificano i costi di produzione e se li ripartiscono all’inizio dell’anno agricolo e contemporaneamente pianificano la produzione sulla base del bisogno, superando così il concetto di domanda e offerta, con la conseguenza che tendenzialmente il cibo supera la condizione di merce (valore di scambio) e ridiventa valore d’uso. Il prezzo progressivamente cessa di avere significato, perché i prodotti sono distribuiti tra i soci sulla base della quantità disponibile, avendo coperto preventivamente i costi di produzione.

La produzione non ha più la finalità del profitto, ma quella della soddisfazione di bisogni fondamentali come il nutrimento.

Il plusvalore che viene estratto dal lavoro agricolo viene così’ ripartito paritariamente ed interamente tra i soci sotto forma di prodotti della terra, concetto che, in tendenza, non significa in maniera uguale, ma sulla base delle esigenze di ciascuno, così come il contributo ai costi di produzione sarà, in tendenza, basato sulle possibilità di ciascuno.

Questo sarà possibile quando la produzione sarà in grado di essere sufficiente a questo scopo.

E anzi tra gli obiettivi, le pratiche, le scelte, c’è la distribuzione delle eccedenze alle fasce di reddito meno abbienti, per dimostrare come sia possibile produrre molto senza spreco, ponendosi però anche la finalità di coinvolgere nell’”impresa” le stesse fasce deboli, superando la divisione tra “beneficiario e benefattore” , bensì producendo autorganizzazione basata sulla progressiva consapevolezza e presa di coscienza da parte dei “beneficiari” delle contraddizioni del sistema agricolo e non solo di esso.

In America Latina le reti di economia solidale nascono proprio dalle fasce di reddito più basse, allo scopo di provvedere ai bisogni fondamentali, altrimenti affidati al mercato.

Nel frattempo la produzione sarà distribuita sulla base del contributo di ciascuno, che è sia in denaro che in lavoro volontario, ancorchè quest’ultimo non sempre, per ora, come contributo richiesto e necessario.

Oggi, a livello globale, il modello agricolo capitalistico produce una “immane” quantità di merce-cibo, di cui si spreca oltre il 30%, dal campo alla tavola, che sarebbe in grado di nutrire una volta e mezza il pianeta e non si è in grado di farlo.

Le CSA consolidate, nella loro esperienza individuano nei rapporti sociali capitalistici, e cioè nella proprietà privata, nella concorrenza e nell’accumulazione, la causa di queste contraddizioni e di questi esiti e vi pongono rimedio sostituendole con l’uso dei beni, con la cooperazione e la crescita (o meno) pianificata in base alle esigenze concrete.

Inoltre considerano l’agroecologia la base di riferimento per l’autoproduzione.

Cioè produzione agricola biologica , anche con sistemi di certificazione partecipata, e di prossimità, che valuta l’insieme del processo produttivo e non solo il prodotto, quindi il rispetto dei diritti sociali dei lavoratori, la salvaguardia del territorio, la difesa dell’ambiente e della salute, elementi che hanno proprio nell’agricoltura convenzionale – cioè quella che produce cibo merce che costa poco al consumo celando i suoi costi sociali indiretti che poi si scaricheranno inevitabilmente sui consumatori in altre forme– uno dei principali avversari.

Le CSA nell’accezione qui proposta non sono, beninteso, delle neocooperative di consumo o di acquisto, bensì delle aggregazioni organiche tra produzione e consumo basate sull’autorganizzazione.

Non sono cioè un “servizio” ai soci, ma uno strumento di partecipazione diretta dei soci al processo produttivo e anche , ma non solo, di consumo.

Mentre negli altri Paesi citati sono ormai molte le esperienze, le CSA che operano con lo schema delineato in concreto in Italia sono oggi, per quanto conosciuto, due.

Una è la cooperativa Arvaia di Bologna, in attività da quattro anni (www.arvaia.it) con circa 300 soci e quattro lavoratori agricoli, più i soci volontari con lavoro demercificato per almeno quattro mezze giornate all’anno.

L’altra, di recente costituzione e che ad Arvaia si ispira, è la CSA Fontanini di Lodi (www.csafontanini.it), promossa dal Distretto Rurale di Economia Solidale del Parco Aqgricolo Sud Milano, che opera dal luglio 2016 e che si sta consolidando.

Entrambe hanno come attività principale l’orticoltura biologica, ma con progressivo allargamento anche alla coltivazione cerealicola.

Alla CSA Fontanini di Lodi vengono quantificati i costi necessari alla produzione su base annua (dai mezzi di produzione, alle materie prime, al lavoro) e, dopo essere stati approvati dalla compagine dei soci, vengono tra loro suddivisi (per ora in forma paritaria) e versati ratealmente alla CSA.

Le produzioni vengono progressivamente decise in maniera partecipata, pianificate e coltivate da due contadine della comunità (non quindi fornitrici) e da un operatore agricolo in percorso di recupero da una condizione di disagio sociale, sulla base delle esigenze concrete e distribuite settimanalmente ai soci, per ora in maniera eguale.

Periodicamente l’assemblea dei soci valuta l’andamento delle attività, sulla base degli approfondimenti dei gruppi di lavoro che si occupano settorialmente dell’insieme delle attività (colture, organizzazione, amministrazione e comunicazione con compiti di elaborazione politica dell’attività da sottoporre all’assemblea) e ne decide gli indirizzi in forma assembleare.

Sono esperienze che, appunto, non hanno la velleità di risolvere da sole i problemi dell’agricoltura, ma possono essere considerate una “pratica dell’obiettivo” che produce sia una coscienza collettiva di quali siano le cause della crisi del modello produttivo sia agricolo che generale, sia una partecipazione diffusa al processo produttivo, innescando forme di democrazia autogestionaria e di partecipazione politica oggi largamente in crisi.

La presenza di giovani, la forte carica motivazionale che la caratterizza, fanno ben sperare sulla tenuta di questo nuovo movimento destinato ad allargarsi e, per inciso, a rispondere alla caduta della spinta propulsiva che per vent’anni ha connotato i Gas e il consumo critico, ma che soffre ora di una “stagnazione” quali-quantitativa che probabilmente ha le sue ragioni nell’aver troppo indugiato sulle attività d’acquisto , con criteri che il sistema economico ha brillantemente catturato negli anni (biologico) nelle sue regole di business, dandosi una facciata di “green economy”.

Ma come ha scritto Murray Bookchin, studioso americano, anche al cui pensiero si ispirano le esperienze kurde di confederalismo democratico di Rojava e Kobane promosso da Ocalan e il PKK :”I tentativi di rendere il capitalismo “verde” o “ecologico” sono condannati al fallimento per la natura intrinseca del sistema come sistema di crescita illimitata”.

Oggi serve un salto di qualità che intraveda nelle pratiche ed elabori politicamente sullo sfondo l’allusione ad un nuovo sistema economico che sostituisca la concorrenza e la competizione con la cooperazione, la proprietà privata dei mezzi di produzione con il loro uso collettivo, il valore di scambio delle merci col valore d’uso dei beni, la produzione illimitata a produttività crescente (attraverso l’aumento di capitali) per abbattere i costi di produzione con la coscienza del limite fisico del pianeta (che sono tutti elementi al tempo stesso intrinseci al sistema e causa della sua crisi).

V.V.

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