le CSA si sono riunite a Bologna

Primo incontro nazione delle CSA

Arvaia, BO

23 e 24 giugno 2018

Report a cura di: Claudia

 

Nella giornata di sabato 23 eravamo presenti io e Stefania.

Ci siamo subito suddivisi in tavoli di lavoro. Io ho partecipato ai lavori del tavolo 3: “Metodo decisionale, creare comunità, suddivisione dei ruoli e gestione delle divergenze”.

Hanno partecipato a questo tavolo una quindicina di rappresentanti di diverse realtà:

  • Arvaia (Stefano P., Anna, Stefano…, Lorenzo, Simone, Nunzia – amministratrice economica)
  • Garden Coop, di Friburgo (a cui si è ispirata Arvaia)
  • CSA nascente di Bergamo: Orobie
  • Un’azienda agricola di Varese (Carmen) che vorrebbe trasformarsi in CSA e sta contattando la realtà Cascinet di Milano
  • Una realtà comunitaria di Roma
  • Un’appassionata di orti di Padova
  • CSA veneta (Treviso, Mestre) che comprende 34 famiglie
  • MAG 2
  • Un orto sociale di Monza
  • Una micro-azienda agricola di Marzabotto (BO), che lavora con artisti mettendo in pratica da anni la partecipazione nei progetti che fa
  • E.S. / Urgency
  • Un’azienda agricola di Erba che a partire dal 2009, insieme a gruppi di acquisto solidale (100 famiglie circa), ha dato vita a un’esperienza molto simile a una CSA, ma attualmente questo percorso è stato chiuso e stanno decidendo che fare…
  • Un Orto Collettivo di Parma
  • Un rappresentante francese di Deafal

Sul METODO DECISIONALE da adottare all’interno della CSA, ha preso la parola Stefano P. di Arvaia: loro utilizzano un C.d.A. allargato dove hanno sempre partecipato almeno 15 persone. C’è anche un Coordinamento che è formato dall’insieme di C.d.A. e assemblea dei soci. I tempi decisionali sono lunghi. Ultimamente hanno “corretto e rivisto” il metodo per prendere le decisioni (che era molto vicino a quello del consenso, ma veniva chiesto l’assenso – dire di si – ai soci ancora non convinti, per evitare “lo sfinimento” di discussioni troppo lunghe e l’ostruzionismo da parte di chi non voleva aderire perché non convinto al 100%) ispirandosi alla SOCIOCRAZIA, un metodo nato in Olanda.

Stefano suggerisce, almeno all’inizio, di applicare un metodo scelto per prendere le decisioni “alla lettera”, anche a costo di essere un po’ rigidi, perché in fase di avvio dell’esperienza è molto importante per essere ben organizzati.

Loro hanno 4 gruppi tecnici (campo – distribuzione – comunicazione ed eventi – economia ed organizzazione) che decidono sulle rispettive aree di competenza; il metodo “sociocratico” si basa sulla delega e sulla fiducia a questi 4 gruppi e applica il metodo del consenso con “la correzione dell’assenso”. Si cerca di non adottare la votazione a maggioranza.

Dopo la discussione e il confronto all’interno del tavolo 3, fatta a partire da questi spunti offerti da Stefano, le proposte pratiche emerse, per far funzionare bene il gruppo della CSA nascente o già avviata, sono state queste:

  • Accompagnare i soci in ingresso spiegando loro bene in che tipo di progetto stanno entrando
  • Fare in modo che non ci si specializzi troppo nei propri saperi/competenze/ruoli, ma che ci sia una circolarità/rotazione interna
  • Spostarsi dal consenso all’assenso
  • Tenere conto del lavoro fatto e del tempo speso nelle varie attività
  • Avere molta cura delle relazioni interpersonali (non darle per scontate)
  • Seguire una formazione delle persone su come partecipare all’attività di gruppo (saper ascoltare, saper parlare in gruppo, ecc…)
  • La formazione può essere fatta coincidere con l’attività di accoglienza iniziale
  • Anche l’aiuto di un facilitatore ESTERNO può essere efficace (anche pagando)

Ha poi preso la parola Luca di Mag6, che ci ha spiegato le differenze tra il metodo del consenso e il metodo del CONFRONTO CREATIVO, che a lui piace molto di più (bibliografia: M. SCLAVI “Confronto creativo”, R. TECCHIO “Metodo del consenso”).

In sintesi, si tratta di passare dal diritto di parola al diritto di ascolto, dal contraddittorio alla capacità di dialogo, dalla votazione alla COPROGETTAZIONE CREATIVA. Sentirsi su posizioni diverse all’interno di un gruppo è un’esperienza che accomuna tutti: Luca suggerisce di provare a lavorare sulle diversità come risorsa e non come limite, riconoscendo valore ai differenti punti di vista e cercando di costruire delle “proposte-ponte” tra questi. Come? Approfondendo il livello “razionale” della discussione e provando ad esprimere “i bisogni” e i “valori” che ognuno vuole difendere dietro le proprie posizioni, e proprio su questi provare a cercare un punto di contatto. C’è, dietro questa posizione, a mio avviso, la convinzione che alla fine ogni essere umano sia alla ricerca del soddisfacimento degli stessi bisogni fondamentali e alla ricerca degli stessi valori comuni…(questa è una mia conclusione).

Ultimo aspetto interessante: è stata sottolineata più volte la necessità di cura da dedicare alle relazioni, alla comunicazione e alla creazione della comunità. Il gruppo-comunicazione/eventi dovrebbe, tra l’altro, occuparsi anche di questo! Diventare, insomma, un facilitatore di confronto, dialogo, coprogettazione!

Mi sono, poi, infilata nel tavolo di lavoro 1, dove era presente Stefania, che si stava occupando della definizione di CSA (che cos’è? Come distinguerla da altre realtà simili?). Quello mi sembra di aver colto qui, sono le seguenti considerazioni:

  • Non c’è unanimità sulla definizione di CSA; anche in Germania la discussione è ancora aperta, tra le diverse realtà che così si definiscono e tra i ricercatori che le studiano…è stato detto, in questo tavolo di lavoro, che in Germania sono perfino nate delle CSA di ispirazione fascista (!?!)
  • Dal punto di vista ECONOMICO la CSA dovrebbe costituire un modello per un DIVERSO RAPPORTO tra PRODUTTORI e CONSUMATORI/MANGIATORI; la QUESTIONE del PREZZO del CIBO e di come questo si leghi ad un’economia LIBERISTA è un punto FOCALE da approfondire
  • I negozi del bio, le vendite on-line di prodotti bio/eco/etici e tutto ciò che può assomigliare…come relazionarsi con queste realtà? (Guerra o pace?)
  • Ci sono fattori socio-culturali legati al modello CSA e non solo economici
  • C’è anche da affrontare il discorso FINANZA ALTERNATIVA (si, no, come, chi???)
  • E’ emersa anche in questo tavolo la questione dei soci che se ne vanno dicendo: “Non me lo posso più permettere…”…cosa gli rispondiamo???

Anche Arvaia si è ispirata a GardenCoop, in Germania, perché AFFASCINATA DALLA MOTIVAZIONE POLITICA!

Dando un’occhiata ai cartelloni degli altri tavoli di lavoro e, dopo, ascoltando l’assemblea conclusiva, la mia attenzione si è fermata soprattutto su questi punti di interesse specifico, credo, anche per la nostra CSA Fontanini: li riporto qui, come li ho capiti e reintepretati a modo mio, ovviamente =)…

  • Le consociazioni agricole permettono di aumentare la resilienza dei territori/terreni e, quindi, di aumentarne le potenzialità agricole ostacolando l’avanzata del cemento e impedendo l’aumento della desertificazione: ecco perché fare agricoltura in questo modo è anche un atto politico, oltre che ecologico, legato al concetto di sovranità alimentare/territoriale/ambientale
  • E’ fondamentale una nostra formazione su più livelli e su più aspetti: ad esempio, cruciale, a mio avviso, sarebbe quella in ambito finanziario, alla ricerca di forme alternative di finanziamento per le CSA (auto-mutuo aiuto, creazione di comunità che si prestino le risorse finanziarie a vicenda oppure che elaborino soluzioni creative…moneta locale? Baratto? Utilizzo in comune dei mezzi di produzione…)
  • Nella ricerca di nuovi soci per le CSA, è stato osservato da più parti che il “passaparola” è il metodo che, nonostante tutto, funziona ancora meglio di altri; spesso, infatti, le altre forme di “marketing” comportano un gran dispendio di energia e scarsi risultati
  • Questione migranti e orti condivisi: queste esperienze hanno dimostrato che la partecipazione dei migranti consente loro un riscatto anche di immagine rispetto ai pregiudizi diffusi nelle comunità. Anche qui fondamentale è la formazione e la creazione di un progetto di rete (CSA – GAS – amministratori locali – finanziatori…). Ma la domanda rimane: le CSA sono interessate a un progetto di questo tipo che coinvolga anche i richiedenti asilo? A me viene da rispondere che possono esserlo soprattutto se si danno una più precisa identità politica
  • Urgency: è una rete internazionale delle CSA. Secondo Alberto di Arvaia va benissimo questa rete, ma occorre anche un coordinamento che lavori e che sia ripagato per questo; infatti lui si chiede quali possano essere le risorse economiche che potrebbero coprire questi costi

Per quest’ultimo (Alberto di Arvaia) è un punto imprescindibile, per una buona definizione di CSA, l’esistenza di un’ECONOMIA PIANIFICATA e non di MERCATO, dove la “mano invisibile” non sia presente perché c’è una programmazione collettiva della produzione e dei relativi costi: la condivisione del rischio d’impresa tra contadini e soci, per lui, è un “sine qua non” per l’esistenza di una CSA.

Per il rappresentante francese di Deafal la CSA è:

  • una serie di politiche che devono servire a dare risposte ai problemi
  • condivisione: è diverso fare i contadini all’interno di una CSA rispetto ad essere autonomi
  • mobilitazione dei cittadini

Certo, oltre a ciò, compaiono altri aspetti, quali la cura degli animali, del suolo…l’invertire il rapporto tra consumatore e produttore, cambiare la nostra relazione con il cibo. Ma dobbiamo FARE RETE, proprio per pesare sulle POLITICHE LOCALI, NAZIONALI, INTERNAZIONALI (altrimenti uno può tranquillamente prodursi in autonomia il proprio cibo buono, etico, sano…).

Il Manifesto Europeo, che si può scaricare dal sito di Urgency in inglese, cerca di dare una definizione, almeno a livello europeo, di CSA: graficamente è rappresentato da un MANDALA con diversi colori, che rappresenta le diverse comunità che si riuniscono e lavorano assieme alle tematiche relative all’eco-sistema; non c’è stata una discussione politica nell’elaborazione di questo manifesto, se non nella precisazione di Deafal (“fare rete per incidere sulla politica”).

Secondo Mauro dell’ONG “Crocevia” la questione centrale è: l’agricoltura è la base per sviluppare il capitalismo o no? Non c’è accordo su questo. Eppure, una certa lettura storica fa risalire alle “enclosures” inglesi l’inizio della privatizzazione e della mercificazione dei prodotti agricoli che ha permesso lo sviluppo successivo del capitalismo. Secondo questa lettura, oggi, essendo in crisi, il capitalismo tenta un ulteriore espansione con l’offerta di cibo a poco prezzo a livello mondiale, a scapito della nostra sovranità alimentare e della libertà dei contadini. E’ necessario, allora, porsi il problema del MODELLO di PRODUZIONE.

Io credo che quest’ultima sia la prospettiva più corretta, ma il movimento che si sta interrogando sul concetto di CSA e che sta sperimentando varie forme di messa in pratica dello stesso è, per ora, molto variegato per identità e, sostanzialmente, a me pare diviso nelle “solite” due tendenze:

  • una che vorrebbe puntare maggiormente al lavoro di acquisizione di consapevolezza dei cittadini sulle tematiche del cibo e dell’agricoltura, facilitando con metodi più o meno condivisibili (consenso, assenso, coprogettazione, ecc…) varie forme di comunità che, anche in modo differente, si occupino delle questioni ecologico-ambientali e, genericamente, delle sfide socio-culturali e politiche; una rappresentante della RES (Ada) è arrivata anche a dichiarare che, secondo loro, è più opportuno non puntare subito all’obiettivo “politico” perché i bisogni principali, in questo momento, vanno più nella direzione del formare la comunità e il senso di cittadinanza nei vari soggetti, anche se, nell’intervento precedente, aveva definito come “politico” il progetto di agro-biodiversità che la Rete Semi Rurali sta portando avanti per far evolvere il movimento dei GAS…
  • un’altra (la parte più “politica” di Arvaia, la nascente CSA Orobie di Bergamo e altri) maggiormente orientata a precisare le differenze di identità tra CSA e altre forme di sostegno all’agricoltura, in un’ottica di cambiamento del modello economico-politico

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