Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra

«Teniamo accesa la brace». La due giorni sul “mutualismo” del 7 e 8 aprile nell’occupazione romana di Scup promossa da Fuorimercato rete nazionaleEdizioni Alegre, Rivista “Gli Asini”, Scup e Communia, si è chiusa così. Con questo messaggio a unire le molte realtà provenienti da tutta Italia che si sono incontrate e confrontate per la prima volta sul tema. Ora l’obiettivo dei gruppi di lavoro che si sono creati è quella di dar vita a un “manifesto dei diritti del mutualismo” «che sia la base per un’organizzazione di realtà e di conflitto sui territori». 

I MATERIALI DEL CONVEGNO “MUTUALISMO. PRATICHE, CONFLITTO, AUTOGESTIONE”

Per Salvatore Cannavò, giornalista del Fatto Quotidiano e autore di Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) in uscita in libreria in queste ore, dietro questo slogan, «teniamo accesa la brace», c’è più di una flebile speranza. La brace sono le pratiche. La fiamma che la alimenta le relazioni. L’obiettivo «che queste pratiche e queste relazioni diventino continuative nel tempo e che costruiscano un agire comune».

Nel suo libro Cannavò parte dalla fine del movimento operaio e, raccontando la “scomparsa della sinistra” «della quale in molti si sono accorti solo dopo le ultime elezioni», risale fino all’anno zero. Lontanissimo. È la fine degli anni Settanta. Il Partito comunista, uscito vittorioso dalle elezioni del 1976, «invece di prepararsi a una spinta successiva consente la nascita di un Governo democristiano presieduto da Giulio Andreotti, la destra interna alla Dc». È l’inizio del “non più e non ancora”. «Non più il partito delle origini, quello della rivoluzione proletaria, e non ancora il partito socialdemocratico che i suoi dirigenti sognano». Il risultato: «Una vita in mezzo al guado».

Ma quando ha iniziato a scomparire la sinistra? «Quando ha accettato di gestire un compromesso sociale al ribasso», si legge nel capitolo dal titolo “Fine dei margini”. È l’inizio di una lunga e al momento apparentemente inarrestabile fase di smarrimento che, oggi, «richiede la stessa capacità di inventiva e innovazione di cui diedero prova gli operai e gli intellettuali della seconda metà dell’Ottocento». Perché «se una sinistra vuole avere un futuro dovrebbe avere il coraggio di riscoprire le sue origini».

E, oggi, per recuperare il codice sorgente del movimento operaio «si deve ripartire dal mutualismo». Anzi, dal “mutualismo conflittuale”, concetto che Cannavò spiega essere un’idea estemporanea che, però, nasconde un significato ben chiaro: costruire legami di “solidarietà per”, «risposte immediate a bisogni immediati», in grado di valorizzare l’agire comune, la cooperazione produttiva e, al tempo stesso, morale, intellettuale, solidale. Mutualismo, quindi, e non carità, non assistenza, non volontarismo, non sussidiarietà. «Un meccanismo in grado di contrastare l’ordine esistente» e che sappia guardare lontano: «Diritti per tutti».

UNA MAPPA DEL MUTUALISMO CONFLITTUALE

La RiMaflow, fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio. Sos Rosarno, associazione di promozione sociale che punta a «unire i deboli con i deboli», cioè i raccoglitori di arance con i piccoli produttori. Sfrutta Zero, progetto di autoproduzione del pomodoro di tipo cooperativo e mutualistico, attivo tra le province di Bari e Lecce. Mondeggi Bene Comune, fattoria senza padroni in provincia di Firenze. L’ex asilo Filangieria Napoli, spazio pubblico dedicato alla cultura, in analogia con gli usi civici («diritti perpetui spettanti ai membri di una collettività come tali, su beni appartenenti al demanio, o a un comune, o a un privato. Sono di origine antichissima e si collegano al remoto istituto della proprietà collettiva sulla terra»). L’esperienza del Teatro Valle a Roma e, ancora, quella dell’ex Opg – Je so’ pazzo, di nuovo a Napoli. La “nostra” Officine Zero, ex fabbrica di manutenzione dei treni notte e oggi spazio di coworking, riuso e riciclo. Una piccola mappa, quella che ci consegna Cannavò, che delinea quella brace da tenere accesa, quel mutualismo «in larga parte politico e conflittuale perché non accetta la dimensione di lenitivo delle fratture dell’esistente, non integra in un processo di smantellamento dello stato sociale. Anzi. Si propone come antidoto a quel processo e come strumento per rafforzare forme inedite di servizio pubblico garantito a tutte e tutti e gestibile da tutte e tutti». In poche parole, propone una costituzione della società in forme e contenuti nuovi.

(da www.ilsalto.net)

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